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Mediterraneo mon amour | عزيزي المتوسّط

lo stato libico e le sfide di ricostruzione.

Le lezioni di Rumiz

Furono le otto e un quarto. Arrivai in centro dopo aver assistito al Palazzo delle Albere, all’inaugurazione della Mostra dedicata al Sentiero della Pace, nella trincea italo-austriaca, durante la famigerata Grande Guerra.

Alla porta della Società Filarmonica di Trento, mi fermai e vidi l’annuncio di uno spettacolo evento nel quadro della sessantaseiesima edizione di Trento Film Festival.

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Curiosa di sapere di cosa si trattasse, e mossa della volontà di scoprire tutta questa Trento che mi ospita da poco più di mese, entrai, comprai il biglietto, uno tra gli ultimi rimasti. Alle nove precise, ero seduta nella quinta fila, tutta orrechie, per ascoltare Paolo Rumiz.

 

« Scrivere con i piedi« , si intitolava così lo spettacolo, e così ha iniziato a parlare Paolo Rumiz ricordando la sua maestra della quarta elementare che paragonò la sua scrittura allo scrivere con le scarpe.

Non di questo senso fu lo scrivere con i piedi di Rumiz che ha sempre sostenuto, ha rivelato alla sua audience trentina, che le scarpe ed i piedi fossero un elemento essenziale del vivere, del camminare, del narrare.

Una narrazione attraverso il cammino, quella di Rumiz, dove il camminare, questo nobilissimo fare umano rappresenti il motore.

Al centro del palcoscenico, si siedeva Rumiz. Sotto i riflettori, si riuscivano ad individuare capo, occhiali, mani e voce, e man mano che si procedeva nel racconto, mi trovavo fortemente attratta e stranamente coinvolta.

 

Come per Rumiz, questa è la prima volta che vengo al Trento Film Festival, e come lui sono appassionata del « safar« , viaggio in lingua araba, e del « sefer« , libro in ebraico.

In questo viaggio fino a Trento, il primo che faccio in questi primi trent’anni della mia vita, mi trovo trascinata da un’immensa voglia di camminare, di esplorare, di scrivere con i piedi.

Le parole di Rumiz, nel buio dell’aula, mi illuminarono l’anima e le lezioni di cui ci narrava, furono, per me, vere lezioni di vita.

« Per diventare un buon narratore, bisogna viaggiare », così pensava Rumiz fino alla « lezione del ciabattino », quando il nostro narratore seppe che bastava avere a che fare con le scarpe, senza camminare, per conoscere il mondo; bastava, come nel caso del ciabattino, stare in mezzo alla gente, ad ascoltare la voce della strada.

« Ascoltare la voce della strada », suonarono come un mantra, nelle mie orecchie, queste parole e mi tornarono in mente tutte le volte  in cui a Trento, come nella mia terra natia, prestavo attenzione ai racconti della gente per strada, nei mezzi di trasporto pubblici, nei vari locali e nelle piazze. Ero anch’io convinta che,  nell’impossibilità di compiere il viaggio materiale, bastasse saper cogliere i segnali degli accadimenti a noi vicini.

Stare attenti ed avere gli occhi aperti, con il capo alzato verso l’orizzonte e non chino sullo schermo del telefonino è l’unico modo di fare la conoscenza del mondo e dell’altro. La penso anch’io così, come Paolo Rumiz.

La lezione della leggerezza, ossia dell’importanza di avere un esiguo bagaglio e la prontezza dello spirito per decidere, senza pensarci due volte, di intraprendere il cammino e lanciarsi nell’avventura, fu il secondo insegnameto dello speaker triestino, corrispondente di guerra nei balcani e nell’Afghanistan del dopo 11.09.

Una leggerezza e una prontezza che furono le sue durante il viaggio a Jalal Abad, nei camion dei combattenti barbuti, che accettarono in virtù di una andatura amichevole di Rumiz, di avere uno straniero provveniente dall’occidente a loro ostile, come un loro compagno di viaggio.

E qui capii che in terra trentina, dovrei anch’io avere lo stesso atteggiamento e la stessa aperta andatura di corpo di Rumiz.

Capii, inoltre, dal racconto di Rumiz che nessun incontro dovesse essere sottovalutato, perfino gli incontri che durano qualche secondo, quelli in cui si scambiano poche parole o quelli muti, dove ad assicurare la comunicazione sono solo i gesti, gli sguardi o l’intonazione della voce.

Notevole, a tale riguardo, gli incontri che fece Rumiz con il polacco, il croato, il napoletano…

Ogni incontro è una storia, ogni storia è una emozione, ogni emozione è vita.

 

La vita, poi, ci porta nei luoghi più insoliti, nei luoghi dove mai immaginavamo I nostr ipiedi potessero raggiungere, luoghi poco noti ma colmi di storia, come la gloriosa Via Appia, percorsa dallo stesso Rumiz.

Sono da percorrere e ripercorrere tutte le strade della vita, senza paura, o meglio con la giusta paura che ci dia il senso del pericolo e ci faccia sopravvivere.

Tutta Trento, e nella fattispecie il suo centro storico, era, e lo è tutt’oggi, per me, una Via Appia, quella dove ogni angolo sa di una storia da saper ascoltare,  dove in ogni viso riesco ad intravvedere un pezzo di vita e dove ogni incontro, anche quello fatto di un semplice sorriso per lasciare il passaggio in un negozio di abbigliamento, rimarrà inciso nella mia memoria.

Memoria, parola con cui Paolo Rumizsi avviò verso la chiusura dell’incontro lezione, invitando ad una riscrittura della memoria collettiva, quella europa in cui la Grande Guerra continua a far sentire il suo peso, ma anche quella del mondo intero dove contiuano a farsi sentire gli echi dei cannoni.

Con la bellezza dell’orchestra di Rumiz e dei suoi ragazzi e lo splendore delle sue poesie, si concluse poi il viaggio e dopo gli applausi pienamente meritati, presi il tempo di rimettere le mie scarpe che avevo tolto all’inizio dello spettacolo, cercando di alleggerire il mal di piedi dovuto al lungo cammino che feci nella giornata.

 

Kaouther Rabhi// @caoutherrabhi

 

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Mare, Movimento, Miraggio, Mito e Memoria

Intenti a « leggere il mare e leggere il mito nelle culture mediterranee », si sono incontrati a Tunisi, nell’ambito del Convegno Internazionale di Studi Mediterranei, diversi studiosi dai filoni di ricerca diversi. Dalla geografia alla toponomastica, dalla linguistica alla letteratura, dalla prosa alla poesia, dall’archeologia all’architettura, dalla mitologia alla musica, dalla Storia all’attualità, ognuno, sotto un’ottica diversa, ha raccontato un pezzo di storia, un pezzo di mare.

L’evento accademico, organizzato dall’AISLLI Africa e dall’Università della Manouba e diretto dai professori Meriem Dhouib e Alfonso Campisi,  che giunge quest’anno alla sua quarta edizione, si è svolto i 19 e 20 febbraio, per due giornate di ricco dibattito nella suggestiva Beit al-Hikma (Casa della Saggezza), un sontuoso palazzo affacciato sul mare che fu un tempo la dimora dell’ultimo bey husseinita della Reggenza Ottomana di Tunisi e che diventò, da qualche decennio, l’Accademia Tunisina delle Scienze, delle Lettere e delle Arti.

L’occasione è stata quella di evocare ancora una volta la Mediterraneità, di richiamare le origini comuni di popoli che si affacciano su due rive opposte ma che si completano, lontane e vicine allo stesso tempo, accomunate da storie, leggende e miti, movimenti,  migrazioni e aspirazioni, sogni e miraggi, orizzonti, ponti, confini e fili spinati.

Mare e Mito. Una forte presenza del mito e delle figure mitologiche che popolano gli spiriti e arricchiscono l’immaginario collettivo degli abitanti delle due rive  ha caratterizzato l’incontro mediterreneo di Beit al-Hikma.  La figura di Didone  è stata più volte evocata; il suo esodo da Tiro e la sua odissea, la sua fondazione di Cartagine che rappresenta un’epopea al femminile è una conferma della forza di un matriarcato mediterraneo, sinomino di procreazione e di fertilità.

Didone, o Elyssa come la si suol chiamare nella riva sud, non può essere altro che quella donna mediterranea che, opponendosi al giogo maschilista, intraprende la sua propria avventura alla ricerca di libertà e affermazione. Come Didone sono, infatti, tutte le donne desiderose di libertà. Le figure di Modesta di Goliarda Sapienza, Nadia di Meissa Bey, Shemsa di Melika Mekaddam stanno in mezzo tra il mito e la realtà, tra la dolce aspirazione di un corpo tutto loro, di un cuore tutto loro e di una vita tutta loro e la brutta ed oscura realtà che le vuole schiave, oggetti e cose.

Il mito sparisce allora nel  nulla, il sogno diventa incubo.

Mare e Miraggio. Attorno al binomio mare-mito, gravita la ricerca dell’identità, una ricerca complessa ed incerta che spesso volge in dramma: Fernando, Fernanda ovvero Princesa o ancora il poeta Mario Scalesi ovvero Marius o Mariano sono esempi lampanti di quella triste e lacerante ricerca dell’io. A tal proposito, il mare simboleggia lo spazio percorribile oltre il quale sarebbe possibile trovare se stessi e anche annientarsi. Fernanda, dal Brasile alle grandi città mediterranee riuscì a diventare Princesa ma il piccolo ragazzo dalla razza incerta, valicato il mare che separa la sua Tunisi dalla Sicilia, cadde nell’oblìo. Per Tortuga di Corrado Alvaro, il mare invece è una forte fonte di disagio. « Il mare mi dà la tristezza d’essere uomo », egli confessa.

Mare e Movimento. Ridotte le possibilità sulla terra ferma, e rese impossibili le opportunità di una vita soddisfacente nella terra natìa, partire diventa un obbligo e migrare l’unica via d’uscita. 

Come le acque del mare, l’Uomo diventa movimento e migrazione. Così erano i marinai cantati da De André e i pescatori ricordati da di Luca. Come i secondi, in tanti hanno intrapreso il medesimo viaggio, da una riva all’altra, intenti ad inseguire il loro sogno occidentale ma a non farcela sono stati in migliaia, tremila nell’anno scorso, per l’appunto.

Il mito dell’Europa si frantuma sugli scogli del mare, i viaggiatori notturni diventano nomi, numeri, memoria. E quanto è corta la memoria!

 

Mare e Memoria. Uno spazio mediterraneo collettivo che vede il mito di Venere d’Erice attraversare il mare per trovare spazio nella Sicca Veneria (il Kef, Tunisia),  i genovesi insediarsi a Tabarca e i tabarchini fondare  Carloforte, la Regina di Cartagine innamorarsi perdutamente di Enea, fondatore di Roma, i migranti siciliani approdare sulle coste tunisine e quelli tunisini sbarcare su Lampedusa non è una retorica; è pura realtà, come realtà sono il diminuirsi dei ponti, lo stendersi delle frontiere, l’aggravarsi del problema delle migrazioni, lo stringersi delle possibilità di scambio e l’urgenza di riporporre serie riflessioni sulla nostra identità, quella che vogliamo sia fluida come le acque, immensa come il mare.

 Kaouther Rabhi.

 

 

Un museo per l’Ottocento tunisino. « L’éveil d’une nation » al Palazzo Felice

A pochi metri del Palazzo del Bardo dove risiedono il Parlamento tunisino e il Museo nazionale, si trova un secondo palazzo, immerso tra gli alberi che compongono il suo giardino. È al-Qasr as-Said, « il Palazzo Felice », meno noto al pubblico degli altri edifici e dimore beylicali ma parimenti ricco di storia.

Si tratta del secondo palazzo beylicale, fondato nella prima metà dell’Ottocento da Ismail es-Sounni, guardasigilli e cognato di Sadok Bey, che ci abitò fino alla sua esecuzione sommaria nel 1867 per tradimento. Poco dopo,  Sadok Bey, si trasferì al palazzo e, cercando di miglorare l’immagine negativa di questa dimora negli occhi della gente, diede al palazzo il nome di al-Qasr as-Said (cioè « il Palazzo Felice »). Il Bey ha, inoltre, abbellito l’edificio e ci ha vissuto, con il suo harem ed i suoi eredi fino al 1882, un anno dopo averci firmato il trattato del Bardo istaurando il protettorato francese sulla Tunisia il 12 maggio 1881.

Il Palazzo fu, successivamente, abitato da Hedi Bey, agli albori del XX° secolo, prima di diventare nel 1951 un centro ospidaliero. Nel 1981, si tentò di trasformarlo in un museo di Arte contemporanea ma l’idea non è stata concretizzata e il Palazzo Felice fu abbandonato.

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al-Qasr as-Said (foto: l’éveil d’une nation)

Per porre fine a quei decenni di abbandono e ridare vita al Palazzo Felice, è stato fatto ricorso all’Arte, tramite l’organizzazione della mostra « L’Eveil d’une nation, L’art à l’aube d’une Tunisie moderne (1837-1881) »: opere artistihe, costumi bellici e beylicali, ritratti, statuette, documenti manoscritti, gioielli, medaglie, armi e vari oggetti di valore hanno riempito le stanze e decorato i muri della vecchia dimora dei Bey che è aperta al gran pubblico, dal 27 novembre 2016 al 27 febbraio 2017.

Organizzata dalla Fondation Rambourg Tunisie, in collaborazione con l’Istituto nazionale del Patrimonio (Inp) e il ministero della Cultura, la mostra, che ha visto restaurate 300 opere, torna sulla storia della Tunisia ottomana, un’epoca in cui la Reggenza di Tunisi, intraprese un percorso di modernizzazione ricco di riforme: dall’abolizione della schiavitù, da Ahmed Bey nel 1846 al trattato della pace del  1857 (‘ahd al-Aman), che stabilì l’importanza della convivenza pacifica tra tutti gli abitanti della Regenza, aldilà della loro religione al Dustur del 1861, prima Costituzione della Tunisia che istaurò una  netta separazione  tra  i poteri fino all’indebolimento del paese e l’avvento dell’occupazione francese.

Tutti questi documenti e altri ancora sono state  esposti alla mostra: il trattato del Protettorato, le prime pagine di ‘Ahd al-Aman e quelle del primo Dustur, ma anche atti di matrimonio, registri di anagrafe, censimento delle polopazioni ebraiche della Reggenza ecc.

La bellezza dell’esposizione è stata anche dovuta ai suoi colori. Il Palazzo ha visto riarredate le sue stanze: una prima stanza color porpora che contiene il trono beylicale, i ritratti di Napoleone III e quelli dei Bey, una seconda stanza blu dove si sono raccolti costumi preziosi, monete, utensili e oggetti decorativi, una terza meno luminosa dove sui muri vari quadri ricordano le città tunisine di due secoli fa, un’altra quasi buia dove in uno schermo profilano foto di un passato remoto. Nei corrdoi dei due piani, altri ritratti di ministri e ambasciatori e brevi note su ogni tappa storica.

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Ritratti (foto: l’éveil d’une nation)

 

Merito di questa mostra è stato il fatto di voler far conoscere al gran pubblico un pezzo della storia tunisina, spesso ignorato. La sfida attuale è quella di registrare il massimo numero di visitatori e di poter accrescere la curiosità verso l’arte e la storia del paese e trasformare la mostra ad un museo che possa, finalmente, rianimare al-Qasr as-Said.

 

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Gente in fila (foto: K.R)

Kaouther Rabhi.

Yusra Mardini: Nuotare per la vita e per tutti i rifugiati del mondo

Dalla Siria al Libano alla Turchia alla Grecia fino ad approdare in Germania. Sono state queste le grandi tappe dell’Odissea che ha compiuto Yusra Mardini, giovane nuotatrice siriana, per salvarsi la vita e il proprio sogno di gareggiare negli Olimpiadi.

Scappando da un Damasco in guerra dove ha potuto già iniziare la sua carriera ottenendo i suoi primi successi, e sognando una vita sicura, come tanti altri rifugiati, la giovane siriana era partita nel 2015 su un barcone insieme alla sorella e una ventina di persone. Durante la traversata del Mar Egeo verso le coste greche, il barcone rischiò di affogare. Fu allora il compito delle  due giovani nuotatrici , le sorelle Mardini di trascinarlo per tre ore, fino a raggiugere le coste di Lesbo. « Sarebbe stato assurdo per una nuotatrice morire affogata. sentivo in me il dovere di salvare le persone che stavano con me,ai ragazzini  che  piangevano  terrificati, ho dovuto  sorridre facendo finta che tutto  stesse andando bene » Ricordando quella sua avventura, davanti alle telecamere di  tutti i media interessati alla bella storia di coraggio di questa piccola grande eroina, gli occhi di Mardini  brillavano e  il sorriso le illuminava il volto. Si poteva intravvedere la fiducia in un domani migliore.

Yusra Mardini, che ormai da un anno vive a Berlino , fa parte oggi dell’Olympic Refugee Team, una selezione di dieci altelti che gareggieranno sotto la bandiera olimpica questigiorni a Rio de Janeiro. L’idea di formare   tale squadra  è stata ampiamente apprezzata perche rappresenta l’occasione di fare luce sulla questione dei rifugiati.

Per Yusra, la sfida è grande e la speranza di vincere la sua  prima medaglia  olimpica, nonostante tutte le difficoltà, sembra nutrire il suo spirito di un fresco fervore « Per me, durante la gara, ci sarò sola con l’acqua e le mie ambizioni.»

La giovane nuotatrice siriana ribadisce anche che nuoterà per tutti i rifugiati del mondo,  per  tutti quelli che, come lei, hanno  scappato la guerra alla ricerca di un futuro migliore e per tutti coloro che hanno sogni ancora da realizzare.

 

 

 

 

Kaouther Rabhi.

Il Male

Il Male è un bianco che non gli piace il colore nero, e viceversa.
Il Male è un tizio che, per pazzia o ideologia
Si autorizza ad annientare tutta una folla..Pura Follia!
Il Male è un uomo di « razza pura », che « privilegiato » dalla Natura, si fa un dio
Il Male è un maschio che si permette tutto un harem in cui la donna non vale nulla
Il Male è questo e tanto ancora..
Il Male è un muro, un cimitero
Un mare chiuso che sputa morti
Il Male è sangue
Il Male è un Mostro onnipotente
Ed è di odio e di ignoranza che si alimenta.

Kaouther Rabhi (19/07/2016)

Eco de Femmes e l’importanza di un’economia sociale e solidale al femminile

Gvc Italia, Cefa onlus, Cospe, Legacoop e Nexus, sono state presenti a Tunisi il 24 e 25 maggio 2016 al fianco dei loro partner tunisini e marocchini (Rtes, Remess), tutte ONG e associazioni operanti nel settore di cooperazione e cooperativismo, per parlare delle diverse iniziative intraprese, delle prospettive adottate, dei traguardi raggiunti ma anche delle sfide e difficoltà e della tanta strada ancora da percorrere insieme per il consolidamento dell’economia sociale e solidale e per la lotta contro fame e povertà.

Si tratta di un incontro di due giorni nel quadro della conferenza internazionale « Prospettive e sfide dell’economia sociale e solidale » dove, oltre a momenti di confronti e dibattito con le controparti tunisine, l’occasione è stata quella di presentare al pubblico il progetto Eco de Femmes, e di esporne le tappe e i risultati.

Il progetto, nato nel dicembre 2012, è stato intrapreso dalle organizzazioni italiane GVC italia eCefa onlus con il sostegno dell’UE e della Regione Emilia-Romagna per la promozione dell’economia sociale e solidale nella sponda sud del Mediterraneo. Il progetto ha così coinvolto le donne rurali in diverse regioni tunisine e marocchine e ha cercato di dar loro sostegno nel raggiungere una posizione più vantaggiosa, e ciò tramite la creazione di cooperative femminili, nel duplice scopo di combattere la povertà e realizzare una certa autonomia finanziaria per le donne rurali, spesso vittime di sfruttamento e lavoro precario.

Oggi, a quattro anni di distanza, il progetto Eco de Femmes ha compiuto la sua missione. I suoi obbiettivi-lo sottolinea Simona Capocasale, responsabile presponsabile Paese in Tunisia per GVC– sono stati realizzati. Ne sono testimoni le donne rurali di Kasserine, Sidi Bouzid, Beni Melal o Titouane che sono riuscite a creare le loro cooperative, ma anche quelle che hanno aderito ai corsi di alfabetizzazione in ambidue i paesi, mostrando che emancipazione passa essenzialmente da lavoro e conoscenza.

Le difficoltà esistono e sono: l’assenza di un quadro legislativo appropriato, la mancanza di servizi e strutture di supporto e di accompagnamento, la scarsa cultura di intraprenariato sociale e la limitata cultura socio-culturale delle donne stesse.

L’omonino documentario, realizzato da Carlotta Piccinini nel quadro delle attività di comunicazione per il progetto, racconta, in maniera profonda e diretta, la storia di alcune di quelle donne rurali marocchine e tunisine, tra sogni e desideri di realizzare la loro indipendenza economica e sociale. Zina, Charifa, Amina, Fatima e Jamila, rispecchiano, ciascuna con la propria esperienza, l’importanza di promuovere la posizione della donna rurale, che nella cooperativa può trovare un mezzo efficace per porre un argine a marginalizzazione, povertà, sottomissione e sfruttamento.

Kaouther Rabhi

Gli incontri per la Mediterraneità, a cura de « Il Corriere di Tunisi »

Tre giorni di intensi incontri, su temi variegati che vanno dalla storia alla cultura, dalla politica all’imprenditoria, hanno visto radunarsi il 20, 21 e 22 aprile a Tunisi, diversi personaggi del mondo politico, accademico, culturale, mediatico ed economico italiano e tunisino. L’occasione è stata quella di celebrare il sessantesimo anniversario di quella che è rimasta l’unica testata in lingua italiana ad esser pubblicata in tutta l’Africa e il Medioriente.

Si tratta de « Il Corriere di Tunisi », fondato nel 1956 ed edito dalla casa Finzi in Tunisia e che continua, per ben sessant’anni di ininterrotte pubblicazioni, ad essere il testimone vivente della secolare presenza italiana in terra tunisina e dell’antica tradizione giornalistica nel paese nordafricano. Lungo gli anni, Il Corriere di Tunisi ha cercato -cambiando nel 2006 sottotitolo da Eurafrica a euromediterraneo e difendendo soprattutto la questione migratoria-di orientarsi sempre di più verso il Mediterraneo adottando l’idea di un’identità condivisa ai paesi delle due rive, una mediterraneità che raccolgie in sé tutti i tratti comuni -e tanti sono- ai popoli del Mare Nostrum.

La celebrazione del sessantesimo anniversario di questo giornale italo-tunisino è stata, quindi, l’occasione per ribadire l’importanza per i diversi popoli del bacino mediterraneo, italiani e tunisini per primi, di mettere in rislato la loro identità mediterranea, riconoscerla, difenderla e consolidarla. Ed è in questa ottica che si iscrive l’incontro del 21 aprile, sul tema « Costruzione di un’identità politica mediterranea dopo le rivoluzioni del 2011 ».

Cos’è la mediterraneità? E come costruirla? Diverse risposte sono state presentate dai diversi ospiti che rappresentavano i governi tunisino e italiano, la rappresentanza dipolomtica italiana in Tunisia, deputati e giornalisti. L’accento è stato posto, tramite i diversi interventi, sulla crisi libica e l’importanza di una risoluzione del conflitto in corso, una risoluzione dall’interno che non sia imposta da nessuno. La pacificazione nella Libia ma anche negli altri paesi mediterranei rappresenta, infatti, un passo primordiale per stabilire le basi di sicurezza nella zona. Un Mediterraneo senza conflitti e guerre è una necessità per promuovere il dialogo e la cooperazione tra le sue due rive.

Oltre a quelli per la sicurezza, gli investimenti nella cultura rivestono, anch’essi, un’enorme importanza giacché auiteranno a sconfiggere quei pregiudizi dell’altro percepito come minaccia, pericolo e annientamento della propria civiltà considerata, erroneamente, superiore. La cultura diventa, in questo processo di edificazione della mediterraneità, un mezzo efficace per far conoscere i diversi popoli delle due sponde e metterne i risalto le caratteristiche comuni.

A tal proposito, importante è l’immagine che danno della Tunisia, i diversi media italiani capaci di orientare il lettore italiano e manipolre l’opinione pubblica. « Una Tunisia minacciata dall’invasione dell’ISIS » o « un paese sull’orlo del baratro » come spesso viene raffigurata la Tunisia sulle pagine de La Stampa non solo non rispecchia la realtà del paese ma anche incrementa le difficoltà di un’auspicabile apertura di dialogo e comunicazine tra i due vicini di casa. Questa stessa difficoltà di comunicazione che ha visto Maurizio Molinari, ospite a Tunisi per un « mancato » dibattito sull’importanza della  stampa nello spazio mediterraneo, immerso in un mini monologo su un’identità italiana da difendere da tutti « coloro che vogliono diventare italiani ma non lo sono », un discorso dove si sono potute sentire forte e chiaro echi della paura dell’altro e la convinzione di taluni della « necessità di una rigida applicazione della legge per difendere l’Europa dal ritorno delle tribù. »

Kaouther Rabhi

Ouled Ahmed: il Poeta, la Patria e la Parola

Si è spento a Tunisi, martedì 5 aprile 2016, il poeta Sghaier Ouled Ahmed, figura di spicco nel panorama culturale del paese. È dopo una lunga malattia, infatti, che martedì pomeriggio , nella sua camera all’Ospedale Militare di Tunisi, il Poeta ha lasciato la vita all’età di 61 anni, dopo aver cantato per più di trent’anni, il suo amore immenso e incondizionato per il paese e il popolo, dopo aver dovuto interrompere per sempre una battaglia che conduceva contro tutto genere di oscurantismo, una battaglia per la Patria, in cui aveva come unica arma  la Parola.

Sghaier Ouled Ahmed è nato a Sidi Bouzid, nel 1955, dove ha studiato, imparato il Corano e padroneggiato la lingua, prima di trasferire a Gafsa poi a Tunisi, dove ha ottenuto un diploma per animatori culturali nel 1987. Tornò poi in terra natia per ottonere il diploma di stato (il baccalauréat) e partire per la Francia per un corso di psicologia all’università di Reims. All’età di venticinque anni, ha iniziato a scrivere poesia, « Se è un po’ in ritardo, è colpa dello « Jinn della poesia« , diceva scherzoso.

La prima raccolta Nashid Al-ayam as-sitta (Cantico dei sei giorni)  fu pubblicata nel 1984, ma fu subito censurata dalle autorità a causa di  « un tono moto violento ed offensivo per il regime di Bourguiba ». La censura continuò per lunghi anni sia sotto bourguiba che durante il regime di Ben Ali, che costrinse il poeta ad emigrare in Francia. il ritorno in Patria si registrò negli anni novanta con la fondazione della Casa Tunisia della Poesia (Bayt Al-chiir) e fu anche negli anni novanta che Ouled Ahmed rifiutò di ricevere la legione di onore da parte di Ben Ali.

Un gesto assai significativo quello, che rese noto l’appartenza del poeta al popolo e lo proclamò portavoce delle sue rivendicazioni, insoddisfazioni ed aspettative. La poesia di Ouled Ahmed, la sua prosa, la sua penna e tutte le sue parole sono l’arma con la quale difenderà il suo paese,  il mezzo tramite  il quale griderà alla faccia di tutti i dittatori, oppressori e oscurantisti.

L’impegno di Ouled Ahmed continuò dopo la caduta del regime di Ben Ali e lo scoppio della Rivoluzione, una rivoluzione che il poeta ha accompagnato con i suoi versi e scritti. Una sua poesia ebbe giustamente il titolo di « la guida poetica della Rivoluzione tunisina »

Ferma è stata anche la sua opposizione agli islamitsti, ai fanatici e ai predicatori dell’oscurantismo, ai quali Ouled Ahmed puntò il dito accusandoli di tutte le ondate di violenza e di odio in cui è  caduta la Tunisia negli anni 2012 e 2013 tra assassini politici e terrorismo. Ogni scritto era allora, un’accusa sia esplicita che implicita, agli islamisti al potere e ai loro sostenitori e un invito ai tunisini ad esser vigilanti. La sua poesia « Preghiere » (Ad’yia), una preghiera laica in cui vengono messi a nudo tutte le truffe dei presunti religiosi, è un flagrante esempio di engagement politico del poeta e di chiara opposizione a tutti coloro che fanno della religione un pretesto per regnare.

Prima di andarsene, tutto consapevole dell’imminenza della partenza e dell’immortalità della parola, e del su amore per la Tunisia, Ouled Ahmed non si è dimenticato di fare una dichiarazione di amore a tutti coloro che lo hanno amato e sostenuto nella sua malattia sottolineando che « il suo amore per i tunisini si rafforzzerà se quest’ultimi riusciranno a proteggere la Tunisia da tutti i pericoli » ribadendo che « la Tunisia si trova nel bacino mediterraneo e non nella penisola araba, o in altri posti oscuri come lo vorrebbero alcuni »

Un gran Poeta che « ama il suo paese come nessun’altro lo fa », è stato Sghaier Ouled Ahmed, che con la Parola ha saputo difendere fino all’ultimo respiro, la sua Patria e il suo Popolo, un nome che rimarrà vivo nella storia della Tunisia contemporanea..

Kaouther Rabhi.

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